Land of the Lustrous

Land of the Lustrous

Avete mai sentito parlare del paradosso della nave di Teseo? Si tratta di un concetto antichissimo ma che a noi viene tramandato tramite gli scritti di Plutarco (che non è il cane di Topolino, 10 punti a chi capisce la citazione). Secondo il mito, la nave con cui Teseo tornò da Creta dopo aver sconfitto il Minotauro fu conservata dagli Ateniesi per secoli, ma, col passare del tempo molte sue parti di legno marcirono e furono sostituite con delle assi nuove e più robuste. A questo punto scendono in campo i filosofi e cominciano a chiedersi “se ogni singola parte della nave è stata sostituita, si può ancora dire che sia la stessa imbarcazione utilizzata da Teseo?”.

Bene, ora direi che abbiamo le basi per parlare di una delle opere più particolari del panorama seinen attuale: Land of the Lustrous (Houseki no Kuni) di Haruko Ichikawa, redatto da J-pop e concluso in 13 volumi.

 

 

La Terra, come la conosciamo noi, non esiste più, è stata più volte distrutta dalla caduta di meteoriti e la quasi totalità degli organismi viventi è stata spazzata via. Una sola forma di vita è rimasta, si tratta di gemme antropomorfe e asessuate che si sono riunite in una comunità guidata da un sensei che assegna loro dei compiti unici e necessari alla società. Noi, in particolare, seguiremo la storia di Phosphopyllite, detta Phos, una gemma verde acqua molto fragile, considerata pigra dalle altre e non troppo degna di nota, poiché non le è ancora stato affidato alcun incarico.

La narrazione sembra partire come una storiella semplice, quasi uno slice of life dalle tinte fantascientifiche, ma più si va avanti nella lettura, più il racconto si fa oscuro. Phos, la pietra più “debole”, comincia infatti a spezzarsi e, per sopperire alle proprie mancanze, sostituisce parti del suo corpo con altre pietre. Possiamo definire il dramma del protagonista come una versione minerale del paradosso di Plutarco. Phos soffre profondamente la propria trasformazione e, inevitabilmente, anche chi gli sta accanto è costretto a confrontarsi, di volta in volta, con qualcosa di diverso.

 

 

Lo stile dell’autrice è molto particolare, quasi alieno. I fondali sono spesso spazi bianchi immensi in cui Ichikawa inserisce le gemme come se si muovessero in un grande giardino zen. In particolare, l’uso del vuoto emerge quando Phos entra in contatto con Cinnabar, quasi a enfatizzare la lontananza e la solitudine dei due. Le gemme sono disegnate con corpi sottili e allungati, e il genere è completamente annullato, permettendo a chiunque di immedesimarsi nel personaggio che sente più vicino.

 


Quando qualcuno subisce un trauma fisico, essendo materia inorganica, non vediamo sangue o scene gore, ma fratture nette e spaccature pulite. A mano a mano che Phos integra materiali diversi, questi vengono resi graficamente in modo distinto (ad esempio l’oro è liquido, quasi mostruoso). Il protagonista finisce così per assumere tratti sempre più inquietanti, trasformandosi in una creatura quasi cronenberghiana.
Permettetemi un parallelismo forse azzardato, come in La mosca, Phos avvia volontariamente il processo per migliorare sé stesso, ma finisce per essere divorato dalla propria mutazione.

Siamo davvero noi stessi se, per sopravvivere dobbiamo smettere di somigliarci? La vera forza sta nel cambiamento o nell’accettazione? È giusto cambiare tutto di noi per soddisfare gli altri?

Queste sono solo alcune delle domande che Land of the Lustrous (che io e i miei amici chiamiamo amichevolmente "Houseki" come se fosse un fratellino ormai) mi ha sollevato e a cui, ancora, forse non so rispondere. L’autrice, probabilmente, tenta di darci un avvertimento: fai attenzione a cosa usi per riempire il vuoto, perché potrebbe distruggere la tua coscienza.

 

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