Quartieri Lontani
Viaggiare nel tempo è sempre sembrata una fantasia per cambiare il corso degli eventi, per correggere l’errore, per impedire avvenimenti avversi successi al protagonista di turno. Dal 1895, con La macchina del tempo di H. G. Wells, l’immaginario del ritorno al passato è diventato un punto focale della narrativa fantascientifica. Nel mondo dei manga è un espediente narrativo ricorrente ed utilizzato molto più spesso di quanto si creda. Uno dei primi autori ad avvalersene fu Osamu Tezuka, nella sua opera La fenice, in cui non viene impiegata una macchina del tempo ma, tramite salti temporali e reincarnazioni, si ha un esempio approfondito della tematica; esiste però un altro maestro del fumetto giapponese che, senza il supporto di macchinari o strane formule scientifiche, ci permette di viaggiare insieme a lui nei ricordi, ponendo una domanda diversa: cosa succede quando il viaggio non ti dà superpoteri, ma ti restituisce solo il peso del tuo stesso passato, intatto e, soprattutto, inalterabile?
Questo è l’interrogativo che Jirō Taniguchi pone al lettore con il suo capolavoro, Quartieri Lontani (Haruka na machi e). L'opera non è un’avventura, ma un profondo esercizio di memoria, un pellegrinaggio forzato nel cuore non della storia di qualcuno, ma della propria storia.

Il protagonista, Hiroshi Nakahara, è un uomo di mezza età con una vita stabile, ma la cui esistenza è stata segnata, in modo indelebile, da un trauma adolescenziale. In un giorno qualunque, un banale scalo ferroviario nella sua città natale lo risucchia indietro nel tempo facendolo risvegliare nel corpo di sé stesso quattordicenne. A questo punto, lo sfortunato, si ritrova a dover riabitare la vita che ha lasciato, con la lucidità e l'amarezza di un adulto.
Taniguchi utilizza la sua inconfondibile ligne claire per dissezionare il ricordo. Il suo tratto è riconoscibilissimo con linee pulite, sottilissime e ombre chiare ma carico di una malinconia che rende le tavole visivamente toccanti. Qui la tecnologia scompare, lasciando spazio all'architettura modesta, ai vicoli deserti, alla texture del legno e della pietra.
Ogni pannello è un atto di contemplazione poiché non è il dinamismo a muovere il racconto, ma l'osservazione paziente. L’autore ci costringe a rallentare, a percepire gli odori e i rumori minimi della provincia giapponese e noi, insieme al protagonista, lo riviviamo come un deja-vu. Questi dettagli, che per il quattordicenne Hiroshi erano normalità, per l'adulto sono i frammenti preziosi di un mondo perduto. L'estetica della nostalgia viene elevata a linguaggio universale.

Il motore emotivo della narrazione è la figura paterna. Hiroshi, intrappolato nel suo passato, ha un obiettivo primordiale radicato nel capire perché il padre lo abbia abbandonato. Perché lasciò la famiglia, scomparendo nel nulla e lasciando un vuoto che ha distorto ogni scelta e relazione successiva nella vita di Hiroshi adulto?
La ricerca non è una caccia all'uomo, ma una decostruzione di un mito. L’adulto rivede il padre non più come il gigante silenzioso dell’infanzia, né come il traditore, ma come un uomo semplice, pieno di limiti e desideri non realizzati che, in preda al rimorso, decide di scappare.
Il tema centrale che risuona in ogni pagina è quello dell'identità e dell'ineluttabilità ponendoci davanti ad una domanda: se potessimo rivivere il nostro passato, saremmo in grado di cambiarlo? Taniguchi suggerisce di no. Il vero atto di libertà non è riscrivere la storia, ma modificare il significato che le attribuiamo, nel bene e nel male.
La grandezza di Taniguchi risiede nel ricordarci che la nostra vera identità non è definita da dove siamo diretti, ma da come riusciamo a integrare e accettare, senza giudizio, il luogo da cui veniamo. Il corpo e la mente possono viaggiare, ma è il cuore che deve trovare la strada per tornare a casa.
